martedì 9 febbraio 2016

L'ADORAZIONE DEI MAGI




Non mancano nel campo delle arti figurative esempi di opere con intenti chiaramente  adulatori nei riguardi dei potenti. L’Adorazione dei Magi di Sandro Botticelli è un caso evidente e insieme prestigioso. Con disprezzo di ogni scrupolo storico e canonico, il pittore inserisce nella scena i membri della famiglia e della corte dei Medici e li fa partecipi dell’evento. Gli è complice in questa operazione il committente, Gaspare dei Zenobi, estremo sostenitore dei Medici. Era un banchiere dell’Arte del Cambio, aveva ricavato denaro dalla pratica dell’usura e voleva riscattare questa colpa commissionando al Botticelli una pala per la sua cappella funeraria.
Quello che balza subito all’occhio è il fatto che il re magio che sta baciando il piede del Bambino ha le sembianze del capostipite della casata dei Medici, Cosimo il vecchio, il pater patriae. uesta operazoquesta q
                                  
Tradizionalmente i tre re magi corrispondono alle tre età dell’uomo. Cosimo rappresenta la vecchiaia. Ha già deposto il suo dono ai piedi della Vergine e i suoi due figli, raffigurati quasi di spalle, attendono di farlo. Pietro il gottoso, il padre di Lorenzo il Magnifico, rappresenta l’età matura e Giovanni la giovinezza. Tutti e tre questi personaggi erano già morti nel momento che il Botticelli creava il quadro. Non è un fatto nuovo, all’epoca, il ricorso a ritratti postumi.
Erano vivi, invece, Lorenzo e il fratello Giuliano che perirà, qualche anno dopo a seguito della Congiura dei Pazzi. Quest’ultimo dovrebbe essere il giovane con una lunga veste bianca, mentre il personaggio in grande evidenza sulla sinistra del quadro, vestito con uno splendido giubetto rosso, si ritiene che sia il Magnifico. 
Accanto a  lui, in  atteggiamento confidenziale, c’è Agnolo Poliziano che si appoggia  alle sue spalle e, in atto di ascoltare le confidenze dei due, c’è Pico della Mirandola. Nel gruppo di destra ci sono il committente e il Botticelli che “firma” il quadro raffigurando se stesso all’estremità del dipinto. Quest’opera rafforzerà il rapporto con il Magnifico e  Sandro Botticelli diverrà il pittore ufficiale della corte medicea.           u
La pala viene installata con grande successo nella cappella in Santa Maria Novella. Ma più che lo scopo devozionale interesserà la gente l’identificazione dei vari personaggi, più agevole ai contemporanei che a noi.
Alcuni anni dopo l’opera perviene a un erede del primo committente, si tratta di Flavio Mondragone. Questi è accusato di tradimento, tutti i suoi beni vengono confiscati e il quadro, dopo vari passaggi, entra nelle raccolte granducali. Non più oggetto di devozione il dipinto viene considerato il nostalgico ritratto di un gruppo familiare. 


SAN GIORGIO E LA PRINCIPESSA




Un altro esempio degli effetti del variare del gusto con la conseguenza di provocare l’oblio o anche la distruzione di un’opera  è dal dipinto del Pisanello illustrante l’uccisione del drago da parte di san Giorgio. Si tratta di un affresco eseguito su una parete della chiesa di santa Anastasia a Verona e del quale oggi è rimasta visibile solo la parte di destra. In quella perduta c’era l’uccisione del drago.
   Quando si accinge a realizzare questo dipinto il Pisanello ha già ottenuto il massimo dei consensi con le opere che gli erano state commissionate dal papa, dal re di Napoli, dal doge di Venezia, dai Visconti, dai Gonzaga. Un successo che gli era riconosciuto anche dai letterati e dagli umanisti dell’epoca.
  La parte residua dell’affresco ci racconta il momento in cui il santo sta salendo sul suo cavallo bianco e  si accommiata dalla principessa di Trebisonda per andare ad affrontare il drago. Una barca lo attende con la vela gonfiata dal vento. La città è rappresentata in cima a una rocca, con una selva di torri e di cupole.   
    Un altro cavallo, splendido nei suoi paramenti, è raffigurato accanto alla principessa in compagnia di alcuni cani di varia razza. Nessuno prima del Pisanello aveva fatto un’analisi così attenta del mondo naturale basandosi sull’osservazione diretta ma anche sullo  studio di reperti antiquari. Il pittore si esprime  con la meticolosità di un miniaturista: gli abiti all’ultima moda, i cappelli in uso nella corte bizantina, perfino l’acconciatura dei capelli che in quel momento prescriveva l’attaccatura alta. La principessa è raffigurata di profilo come in una delle medaglie delle quali il Pisanello era maestro.
   Sulle armature  aveva inserito delle dorature e degli elementi metallici che oggi sono andati perduti. Tutto questo espone il Pisanello con sapienza di narratore ricreando un’atmosfera di favola. L’affresco di Santa Anastasia è il punto di arrivo del tardo gotico mentre già incombe la voga rinascimentale ed è particolarmente prezioso tenuto conto che meno del dieci per cento delle opere di questo artista sono giunte fino a noi. L’affresco fu trascurato per secoli. L’incuria e le infiltrazioni di acqua lo hanno reso di così difficile lettura.


LA MAESTÀ DI DUCCIO








 
Il primo esempio, in ordine di tempo, riguarda la Maestà di Duccio di Buoninsegna a proposito della quale abbiamo il ragguaglio di un contemporaneo.
È il 2 giugno del 1311. La grandiosa pala viene portata dallo studio di Duccio, che vi aveva lavorato per quattro anni, fino alla cattedrale di Siena. Guida la processione il vescovo seguito da una lunga fila di preti e monaci. Circondano il dipinto tutte le persone importanti della città con i ceri accesi. Segue il popolo cantando ed elargendo elemosine ai poveri. Le botteghe sono chiuse. Suonano le campane di tutte le chiese.
“Tutti pregano” dice l’anonimo cronista “perché la nostra Santa Patrona preservi la città dalla sfortuna, dai traditori, dai nemici”
La Maestà entra nellla chiesa tra l’entusiasmo e la commozione della gente. Va a sostituire sull’altar maggiore un’icona cara ai senesi perché dedicata alla vittoriosa battaglia di Montaperti.
Con il termine di Maestà veniva indicata la rappresentazione di Maria assisa sul trono. Nella pala di Duccio la Madonna appare monumentale ed è circondata da un’affollata schiera di angeli e di santi.
 Ed è la prima pala nell’arte italiana che è decorata anche sul retro. La visione di questa parte era riservata al clero e raffigurava le principali vicende della vita del Cristo e prevedeva un rigoroso percorso di lettura, da sinistra a destra e dal basso in alto. Nella predella  che dava inizio al racconto i pochi ammesssi alla visione potevano identificarsi con la folla che accoglieva Gesù a Gerusalemme.
La Maestà resterà un esemplare modello per l’arte senese degli anni successivi ma due secoli dopo sarà tolta dall’altare e sostituita con un tabernacolo in bronzo. Verrà tagliata in due parti e trasferita in una chiesa fuori della città. Siamo in piena epoca manierista ed è mutato il gusto dei senesi in fatto di arte sacra.

L'ARTE IN QUESTIONE

Quando ci  si trova a esaminare, a “leggere” un’opera d’arte, è abbastanza usuale porsi il problema della sua genesi: chi l’ha realizzata, chi l’ha commissionata, quale linguaggio espressivo aveva corso in quel tempo. Ci si chiede ragione del “prima”, meno frequente è occuparsi del “dopo”: quale destino ha avuto il quadro, la scultura, quali reazioni ha suscitato nel corso del tempo, entusiastiche, denigratorie, dubbiose?
Negli esempi che qui vengono proposti troviamo tutta una gamma di riscontri: c’è il gradimento della novità e c’è il rifiuto della stessa e, ancora, il ripensamento, tardivo o immediato.
In qualche caso alla base dell’opera d’arte riscontriamo un atteggiamento adulatorio che cade quando il soggetto scompare di scena e l’opera sopravvive senza il rivestimento cortigianesco. E succede anche che il personaggio incensato non gradisca affatto il modo in cui è stato raffigurato. È il caso di Napoleone che dispose che sulla statua che gli aveva fatto il Canova e che lo rappresentava come Marte pacificatore, nudo, venisse posto stabilmente un velario.
Talora l’atteggiamento dei fruitori è unanime, e a volte il fronte si spacca in due provocando in qualche occasione contese e alterchi, e tentativi di sfregiare l’opera da parte di chi la rifiuta.
E può  verificarsi qualche imprevedibile ripulsa, come quella di Buñuel che rifiutava in blocco Guernica.
Spesso gioca in modo preponderante il fattore politico, come nella vicenda dei comunardi che vollero distruggere la Colonna Vendôme o dei governanti spagnoli che tenevano occultato nei magazzini il quadro di Goya rappresentante la Fucilazione alla montagna del principe Pio. E il nascere di un nuovo genere, come nel caso della rappresentazione di eventi di storia contemporanea, porta, talora, ad alimentare nello spettatore lo spirito patriottico e gli aneliti imperialistici. Mentre in altre occasioni è l’artista che si preoccupa di comunicare il suo accordo sulle aspirazioni alla libertà avanzate dal popolo.
Non sono solo i detentori del potere a intervenire ma anche le autorità religiose con i loro apparati giudiziari. E l’esame del particolare momento di tensione spirituale può in parte farci capire l’attuarsi di censure immotivate e incredibili. Chi potrebbe oggi mettere in discussione, come è stato fatto alla sua presentazione, il Giudizio Universale di Michelangelo?
In epoche decisamente lontane le testimonianze vanno ricercate all’interno di scritti di diverso genere, in saggi di carattere generale o in confidenze epistolari che casualmente fanno riferimento a un esemplare artistico. E bisogna dire che, in qualche caso è la caparbietà dell’artista a provocare la rabbiosa  reazione del committente che si aspettava un prodotto diverso.
Va tenuto conto, poi,  non solo delle opinioni di autori qualificati ma anche delle reazioni della massa, come nel caso dei romani che giudicavano ridicoli i deliziosi palazzetti rococo del Raguzzini in piazza Sant’Ignazio.
Più agevole è la ricerca su opere di più recente realizzazione quando i giornali si trovarono a riportare, insieme al giudizio del critico, il resoconto delle reazioni del pubblico. E c’è spazio per le reazioni risentite degli autori di fronte al’incomprensione dei contemporanei. 
Certo tutto questo fa parte, più che della storia dell’arte, della storia del gusto. A questa fanno riferimento gli esempi che qui vengono presi in esame attuando un percorso che va dal Medioevo fin quasi ai giorni nostri.