martedì 9 febbraio 2016

TRE MAGGIO 1808



Nel 1814 Francisco Goya presenta questo quadro al Consiglio della Reggenza costituito in Spagna in attesa del ritorno del nuovo sovrano, Ferdinando, il figlio di Carlo IV. Goya accompagna il dipinto con uno scritto in cui afferma di voler perpetuare con i suoi pennelli “le più notevoli ed eroiche azioni e scene della nostra gloriosa insurrezione contro il tiranno d’Europa”. Il Consiglio, però, diffida del pittore: quando viene decisa un’epurazione degli addetti al palazzo reale nel periodo dell’occupazione francese, il suo nome viene inserito nell’elenco degli indagati. In effetti Goya era stato da sempre in contatto con i gruppi liberali, gli iluminados, che propugnavano un rinnovamento nella vita sociale e culturale della Spagna ed erano stati favorevoli ai francesi dai quali si attendevano comportamenti conseguenti ai principi progressisti. Tutte queste speranze si erano disfatte di fronte a una realtà di mostruosa evidenza: i francesi si rivelavano dei violentatori, autori di rapine e omicidi senza senso.
   Goya ne è testimone e in questo dipinto, che rappresenta la fucilazione di un gruppo di patrioti, raggiunge il più alto grado di drammaticità e di suggestione rappresentando  il modo diverso con il quale i condannati affrontano il loro destino, con rabbia, con terrore, con rassegnazione.
  Tornato in patria e salito al trono al posto del padre, Ferdinando VII rivela presto un volto di sovrano dispotico e reazionario instaurando un regime di autentico terrore.
   Goya, caduto in sospetto presso gli ambienti di corte, non si sente sicuro in patria, lascia la Spagna e si rifugia a Bordeaux, dove muore nel 1828.
  Quando, nel 1840, Théophile Gautier, appassionato ispanofilo e autore di un fortunato Voyage en Espagne, si reca a Madrid, pensa di andare ad ammirare nel Museo del Prado il dipinto di Goya 3 maggio 1808. Non lo trova: per quasi quaranta anni il quadro era stato relegato nei depositi del museo. Oggi sta nell’elenco dei quattordici dipinti più importanti presenti al Prado.

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