martedì 9 febbraio 2016

LA REGIA IMAGO



C’è un periodo nel volgere della storia dell’arte che, anziché dagli artisti o dalla loro poetica, prende il nome da un grande committente: si tratta dell’epoca rudolfina, dell’arte, cioè, messa in opera dai pittori e dagli scultori reclutati da Rodolfo II d’Asburgo.
Siamo nell’ultimo quarto del secolo XVI. E’ il momento delle Wunderkammer, le stanze delle meraviglie, nelle quali vengono raccolti i prodotti più straordinari del mondo della natura, non escluso l’oggetto più prezioso, il creduto corno dell’unicorno.
Rodolfo si circonda di alchimisti, maghi, ciarlatani e  di artisti ai quali chiede opere stravaganti e particolari.
Il pittore che lo delizia di più è Giuseppe Arcimboldo, che fu accolto a Praga, la nuova capitale “con grande umanità et con honorato stipendio”. Le sue  figurazioni allegoriche, che egli chiama Teste composte, sono ritratti burleschi che realizza accostando immagini di frutta, ortaggi, fiori, pesci, uccelli in funzione del tema che affronta.
Così la Primavera è una figura di donna composta di fiori di ogni tipo e l’Autunno è un uomo imprigionato dentro una botte e i cui lineamenti sono resi con un intreccio di grappoli d’uva e di pampini.
Però quello che maggiormente entusiasma Rodolfo è il dipinto che “real imago asconde” e cioè il suo ritratto nella veste di Vertunno, il dio delle mutazioni stagionali. Arcimboldo ritrae l’imperatore con una pera al posto del naso e due asparagi come baffi. A tal punto piacque il dipinto al sovrano che nominò il pittore conte palatino.
Nel 1611 si spegne Rodolfo II e gli succede il fratello Mattia, uomo di tutta altra indole. L’insieme di pittori e scultori che popolavano la corte si disperde, finisce un’epoca interessante e singolare. 
L’Arcimboldo ritorna a Milano dove non trova  la stessa estimazione che aveva ottenuto a Praga.
Saranno i surrealisti, quattro secoli dopo, a riscoprirlo, riproporlo alla critica e considerarlo un loro predecessore.

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