martedì 9 febbraio 2016

L'ARTE IN QUESTIONE

Quando ci  si trova a esaminare, a “leggere” un’opera d’arte, è abbastanza usuale porsi il problema della sua genesi: chi l’ha realizzata, chi l’ha commissionata, quale linguaggio espressivo aveva corso in quel tempo. Ci si chiede ragione del “prima”, meno frequente è occuparsi del “dopo”: quale destino ha avuto il quadro, la scultura, quali reazioni ha suscitato nel corso del tempo, entusiastiche, denigratorie, dubbiose?
Negli esempi che qui vengono proposti troviamo tutta una gamma di riscontri: c’è il gradimento della novità e c’è il rifiuto della stessa e, ancora, il ripensamento, tardivo o immediato.
In qualche caso alla base dell’opera d’arte riscontriamo un atteggiamento adulatorio che cade quando il soggetto scompare di scena e l’opera sopravvive senza il rivestimento cortigianesco. E succede anche che il personaggio incensato non gradisca affatto il modo in cui è stato raffigurato. È il caso di Napoleone che dispose che sulla statua che gli aveva fatto il Canova e che lo rappresentava come Marte pacificatore, nudo, venisse posto stabilmente un velario.
Talora l’atteggiamento dei fruitori è unanime, e a volte il fronte si spacca in due provocando in qualche occasione contese e alterchi, e tentativi di sfregiare l’opera da parte di chi la rifiuta.
E può  verificarsi qualche imprevedibile ripulsa, come quella di Buñuel che rifiutava in blocco Guernica.
Spesso gioca in modo preponderante il fattore politico, come nella vicenda dei comunardi che vollero distruggere la Colonna Vendôme o dei governanti spagnoli che tenevano occultato nei magazzini il quadro di Goya rappresentante la Fucilazione alla montagna del principe Pio. E il nascere di un nuovo genere, come nel caso della rappresentazione di eventi di storia contemporanea, porta, talora, ad alimentare nello spettatore lo spirito patriottico e gli aneliti imperialistici. Mentre in altre occasioni è l’artista che si preoccupa di comunicare il suo accordo sulle aspirazioni alla libertà avanzate dal popolo.
Non sono solo i detentori del potere a intervenire ma anche le autorità religiose con i loro apparati giudiziari. E l’esame del particolare momento di tensione spirituale può in parte farci capire l’attuarsi di censure immotivate e incredibili. Chi potrebbe oggi mettere in discussione, come è stato fatto alla sua presentazione, il Giudizio Universale di Michelangelo?
In epoche decisamente lontane le testimonianze vanno ricercate all’interno di scritti di diverso genere, in saggi di carattere generale o in confidenze epistolari che casualmente fanno riferimento a un esemplare artistico. E bisogna dire che, in qualche caso è la caparbietà dell’artista a provocare la rabbiosa  reazione del committente che si aspettava un prodotto diverso.
Va tenuto conto, poi,  non solo delle opinioni di autori qualificati ma anche delle reazioni della massa, come nel caso dei romani che giudicavano ridicoli i deliziosi palazzetti rococo del Raguzzini in piazza Sant’Ignazio.
Più agevole è la ricerca su opere di più recente realizzazione quando i giornali si trovarono a riportare, insieme al giudizio del critico, il resoconto delle reazioni del pubblico. E c’è spazio per le reazioni risentite degli autori di fronte al’incomprensione dei contemporanei. 
Certo tutto questo fa parte, più che della storia dell’arte, della storia del gusto. A questa fanno riferimento gli esempi che qui vengono presi in esame attuando un percorso che va dal Medioevo fin quasi ai giorni nostri.

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